L'isola deserta (versione classica)
Sapevo che prima o poi l'avrei fatta, soprattutto da quando Nick Hornby e Blow Up hanno sdoganato le classifiche, e ora è arrivato il momento di buttare giù la lista dei dieci dischi da portare sull'isola deserta. Questi sono i classici, le pietre miliari, poi magari ne rifarò una più intima.
Velvet Underground And Nico - Sull'isola non devono mancare le banane, come fonte di sostentamento, e come può mancare la Banana? Il disco rock per eccellenza, una sorta di monolite kubrikiano, dopo il quale nulla sarebbe stato più lo stesso, nel rock. E ogni canzone ha fatto nascere generi e gruppi prima impensabili. E che canzoni: Sunday Morning, Venus In Furs, Heroin, ma le potrei citare tutte. Per me numero uno.
Nick Drake - Fruit Tree - Potevo lasciarlo a casa? Non sia mai detto. Il dubbio era su cosa scegliere tra l'innocenza di Five Leaves Left, la classicità di Bryter Layter e l'elegia presaga della fine imminente di Pink Moon. Scelgo di non scegliere, e me li porto tutti nel cofanetto che li raccoglie.
Tim Buckley - Dream Letter Live In London 1968 - Anche qui, il problema è cosa portare. Ho optato per questo disco dal vivo, perchè vede un Tim in stato di grazia assoluta riproporre tutti i classici del suo primo periodo, dialogando con un manipolo di grandi musicisti con la sua voce che accarezzava le nuvole. L'unico e vero Starsailor.
Bob Dylan - Blonde On Blonde - Il primo Dylan elettrico, quello che scandalizzò i puristi del festival di Newport, è uno dei momenti topici della musica del secolo passato. Se Higway 61 Revisited è il disco della svolta, io gli preferisco questo, appena successivo, perchè è più lungo, vario e colorato, e contiene classici assoluti come I Want You e Just Like A Woman.
Tom Waits - Swordfishtrombones - Altro grande esempio di trasformazione e di rinascita artistica e umana. Qui Tom smette i panni sformati dell'hobo emulo di Kerouac e Bukoswki e diventa il cappellaio matto di Alice (ma anche Alice stessa). In ballottaggio con Rain Dogs, più classico, ma meno stupefacente.
Big Star - Third (Sister Lovers) - Alex Chilton è il beautiful loser per antonomasia. Uno che era una star a 16 anni coi Box Tops, che si reinventa una carriera con un gruppo formidabile come i Big Star, ma lo fa nel decennio sbagliato, quando i Byrds erano andati e Smiths e REM ancora da venire. Questo disco, inciso quando il gruppo praticamente non esisteva più, è un disperato grido d'aiuto di un'anima allo sbando, che si aggrappa alla musica per sopravvivere. Con canzoni come Holocaust e Kangaroo.
Love- Forever Changes - Il suono dei Love è il suono morbido e vellutato della California dei mid-sixties. Questo è il capolavoro insuperabile di Arthur Lee, altro genio maestro nel dissipare il proprio talento.
Television - Marquee Moon - L'urgenza del punk che si sposa con la vena artistoide e maledetta della grande mela. L'anello mancante tra i Velvet e i Sonic Youth. I duelli chitarristici all'ultimo assolo tra Tom Verlaine e Richard Lloyd. Un classico da riscoprire.
Joy Division - Closer - E' difficile, per un'adolescente sensibile e tormentato, evitare di vivere una fase di vera e propria ossessione per il gruppo di Ian Curtis. A me è capitato, e ho consumato le mie copie di Unknown Pleasures, col suo vitalismo disperato, e Closer, un urlo silente lanciato nel nulla (se l'ho scelto, è anche perchè c'è Decades). Poi si cresce, si sopravvive, e impari ad apprezzare....
Burt Bacharach - The Look Of Love - Un amore tardivo, una scoperta ancora piuttosto recente. D'altronde, è difficile entrare nel mondo di Bacharach a vent'anni (come anche in quello di quell'altro mostro sacro che è Serge Gainsbourg). Poi, con la maturità che avanza (lentamente, ma avanza), impari ad apprezzare la classe, l'eleganza, la raffinatezza, l'arte del cesello delle canzoni di Burt. In questo cofanetto ci sono tutti i classici, e c'è spesso la voce di Dionne Warwick, la sua musa ispiratrice.
Fine (con buona pace di tutti quelli che sono rimasti fuori: i Byrds, Neil Young, i Pink Floyd di Barrett, i Fairport Convention e Sandy Denny, i Can, i Clash, Husker Du, Jesus And Mary Chain, Smiths e chissà quanti altri che adesso non mi vengono).
Also spracht Malo
" - Bene, parliamo d'altro.
Abbiamo parlato d'altro. Di me. Da cima a fondo. Perchè non aver sfruttato come si deve la laurea in legge? (E' una delle poche persone a sapere che sono esimio titolare di quel pezzo di carta.) Perchè? Bè, non lo so nemmeno io il perchè. La paura adolescenziale del posto fisso, forse, dell"integrazione nel sistema", come si diceva a quei tempi, benchè io non abbia mai abboccato molto a quelle storie.
Banalità, insomma.
- Non ha mai militato in una qualsiasi organizzazione?
Nè in una qualsiasi, nè in una famosa. All'epoca in cui avevo amici, militavano loro al posto mio, barattando l'amicizia con la solidarietà, il flipper con il ciclostile, le seratine romantiche con i turni "responsabili" in sede, il chiaro di luna con il bagliore del pavè, Gadda con Gramsci. Sapere se erano loro od io ad aver ragione è un interrogativo troppo grande per chiunque voglia dargli una risposta. E poi, comunque, io avevo già una madre in fuga, i bambini a casa, Louna e i suoi primi amori, Thérèse che di notte aveva incubi da risvegliare tutta Belleville, e Clara che impiegava due ore per tornare dall'asilo a trecento metri da casa. ("Guaddo, Ben, mi divetto a guaddare." Già allora.)
Daniel Pennac - Il Paradiso degli Orchi. Benjamin Malaussène, professione capro espiatorio. Uno dei miei eroi. Pennac, ridaccelo!
Elogio della lentezza.
"Dua vì cò 'ssa furia?" si diceva dalle parti mie. Saggezza popolare. Piano, piano, con calma, a che serve tutta questa frenesia? Ad arrivare prima a cosa? Alla morte? Camminare oziando su un lungofiume, guardare i ciottoli rimbalzare sullo specchio d'acqua, sdraiarsi su un prato e contemplare le nuvole mutare forma, fantasticare. Coccolare un animale, perdersi dietro le note di una canzone e le parole di un libro, assaporare con attenzione un cibo o una bevanda. Questi sono per me autentici piaceri della vita, ma quando me li posso permettere? E come faccio solo a concepirli durante una giornata tipo in ufficio, mentre contemporaneamente faccio un bollo, rispondo al telefono, controllo il collegamento al computer per mandare un'immatricolazione (e non va), guardo con panico l'orologio pensando che tra mezz'ora mi chiude la Motorizzazione e io non sono ancora partito. E anche adesso, che ho strappato un pomeriggio libero, non me lo godo come vorrei, perchè ho così tante cose che vorrei fare (leggere Jonathan Safran Foer, sentire le pile di CD acquistati e mai ascoltati, aggiornare 'sto blog, parlare con D., riposare, riposare, riposare) che mi rimane sempre un senso di insoddisfazione. Mah, mi sa che mi toccherà aspettare la pensione, ma coi mala tempora che currunt e col mio tardivo ingresso nel fantastico mondo del lavoro se ne passeranno altri 40 anni. Lascio la parola a lei, che aveva capito molto della vita:
Across the evening sky
All the birds are leaving.
But how can they know
It's time for them to go?
Before the winter fire
I will still be dreaming,
I have no thought of time,
For who knows where the time goes?
Who knows where the time goes?
Sad deserted shore,
Your fickle friends are leaving.
Ah, but then you know
It's time for them to go.
But I will still be here,
I have no thought o f leaving.
I do not count the time,
For who knows where the time goes?
Who knows where the time goes?
And I am not alone
While my love is near me.
I know it will be so,
Until it's time to go.
So come the storms of winter
And then the birds in spring again,
I have no fear of time,
For who knows how my love grows?
Who knows where the time goes?
Sandy Denny Who knows were the time goes? 1967
Ognuno ha la squadra che si merita.
Il pallone. Allora, sono un perdente, amo i perdenti, per quale squadra dovrei fare il tifo? L'Inter? Sbagliato, quella è la versione con i soldi, nondimeno ha sempre avuto la mia simpatia e poi ha per presidente un signore come Moratti. No, il sangue che scorre nelle mie vene calcistiche ha il colore granata, praticamente da sempre, complice mio padre, che aveva una zia a Torino e aveva vissuto da ragazzo l'epopea del Grande Toro. E devo dire che la mia infanzia da tifoso era cominciata assai bene: a metà degli anni '70 il Torino era uno squadrone pazzesco, quello di Luis Radice e di castellini-santin-salvadori-psala-mozzini-caporale-csala-pecci-graziani-zaccarelli-pulici (una delle mie poesie preferite di sempre). Ho fatto in tempo a vivere lo scudetto del 75-76 e la delusione per quello del 76-77 perso per un punto dagli odiati cugini gobbi. Insomma, sembrava che avessi scelto una squadra che se la batteva alla pari colle grandi. Poi, da allora, il buio più totale: a parte una parentesi a metà anni '80, col Toro del Mondo-che-alza-la-sedia-in-finale-coll'Ajax, è stato un susseguirsi di stagioni anonime, di retrocessioni, di purgatori in serie B, di ritorni precari. In balia di signori chiamati Borsano, Goveani e Cimminelli, che hanno cercato in tutti i modi di affossare la storia e la tradizione granata. Senza riuscirci, perchè la leggenda del Torino è fatta di sangue, sudore e lacrime, di campioni come Valentino Mazzola, Gigi Meroni, Claudio Sala (il poeta) e Paolino Pulici (Puliciclone). E di sfighe cosmiche, come l'aereo che si schianta sulla collina di Superga e si porta via la squadra più forte di tutti i tempi. O il pirata della strada che interrompe il volo della farfalla granata, Gigi Meroni, il signore della fascia, il calciatore beat e capellone, il simbolo che la stagione dell'immaginazione al potere aveva raggiunto anche il tradizionalista mondo del pallone. E solo il Torino quel pirata della strada poteva prenderselo come presidente (Tilli Romero), molti anni dopo. Ma il tifo per il Toro è una questione di amore, e non scambierei per nulla al mondo tutte le delusioni e le amarezze avute con gli scudetti a raffica dei cugini gobbi, la squadra più odiosa del pianeta. Mah, prepariamoci a vivere il nuovo calvario in serie B (e magari ci scappa pure la sfida Teramo-Torino), in attesa di una nuova resurrezione.
Mister Mammara's story (Pt.1)
Mister Mammara nasce in una ridente (ridente?) cittadina del centro Italia, a mezz'ora dal mare e dalla montagna, capoluogo di provincia con sigla TE, più o meno quando Paolo 6 entra al posto di Giovanni 23 e i Beatles cantano Love Me Do e She Loves You (yeh yeh yeh). Contrariamente ai desideri di sua nonnina buonanima, sarà questo secondo evento a segnargli la vita. Mr. Mammara passa quindi gli anni più belli della sua vita (quelli fino all'asilo) nei favolosi anni '60, e anche se tante cose non se le ricorda, si ricorda che erano favolosi. Si ricorda (vagamente) dell'allunaggio e di Ruggero Orlando - Tito Stagno (la mamma aveva appena sfornato un fratellino) e di Italia-Germania 4-3 e di Pelè (anche se quelli erano già '70). Si ricorda di Giamburrasca e di Ciuffettino, della Cittadella e della Freccia Nera, di Avventura (She Came In Through The Bathroom Window e A Salty Dog erano le sigle, ma l'ha scoperto poi), delle macchinine di plastica e dei soldatini, di Topolino e di Tex e Capitan Miki e Black Macigno (si ricorda ancora quelli a striscia). Mr. Mammara passa un'infanzia serena e felice, anche se il primo giorno d'asilo lo trascorre tenendo per mano e guardando negli occhi terrorizzati la cuginetta Lella. Gioca nel cortile di casa ai quattro cantoni, a un-due-tre-stella e a Napoleone dichiara guerra a. Che forse ha influenzato le sue ambizioni precoci, perchè il piccolo Mammara da grande vuole fare l'imperatore, e guarda spesso il mappamondo a caccia di territori da conquistare. Ma lui non vuole essere un Bush o un Saddam qualsiasi, no, lui ambisce a essere un sovrano illuminato. Ma i suoi sogni devono presto fare i conti con la realtà della sua imbranataggine e inadeguatezza fisica (ben sintetizzate dai rimproveri ricorrenti del suo papà: "Mani di cucchio" "Stai dritto colle spalle"), alla quale i suoi genitori cercheranno invano di porre rimedio facendogli provare quasi tutti gli sport, con risultati disastrosi. E i suoi desideri di essere un leader almeno nel cortile di casa sua vengono presto vanificati dalla comparsa del più terribile degli antagonisti, Marco S., di qualche mese più piccolo, ma dotato di un carisma e di una presenza fisica per lui inarrivabili. E così, ogni giorno, si ripete lo stesso rituale: al momento di scegliere a che gioco giocare e le regole da dare ai giochi, Mammara fa il Romano Prodi in erba, cerca di conciliare le esigenze di tutti, anche della cuginetta mastelliana scassapalle, mentre il suo rivale Marco S., con piglio berlusconiano, dice si fa così e così e così, col risultato che tutto il gruppo (composto quasi interamente dai fratellini e dai cuginetti del Mammara) lo segue pecorone (giudi!), lasciando il povero Mammara solo e lacrimante, autoesclusosi dal gioco, e in cerca di pace e conforto nella casa del professor F., siculo di origine, grande esperto di greco e di latino (M. se lo ritroverà insegnante al liceo) e profondo ammiratore della cucina teramana, alla quale dedicherà dei libri. Lì, nel chiuso della sua biblioteca, Mammara scopre il piacere della lettura, e consolida senza rendersene conto la sua tendenza all'isolamento e le sue difficoltà nei rapporti cogli altri. continua....
Due canzoni che parlano di me
MORNING GLORY
I lit my purest candle close to my
Window, hoping it would catch the eye
Of any vagabond who passed it by,
And I waited in my flleting house
Before he came I felt him drawing near;
As he neared I felt the ancient fear
That he had come to wound my door and jeer,
And I waited in my fleeting house
"Tell me stories" I called to the Hobo;
"Stories of cold" I smiled at the Hobo;
"Stories of old" I knelt to the Hobo;
And he stood before my fleeting house
"No" said the Hobo "No more tales of time;
Don't ask me now to wash away the grime;
I can't come in 'cause it's too high a climb"
And he walked away from my fleeting house
"Then you be damned!" I screamed to the Hobo;
"Leave me alone" I wept to the Hobo;
"Turn into stone" I knelt to the Hobo;
And he walked away from my fleeting house
Tim Buckley, 1967
MAN IN A SHED
Well ther was a man
Lived in a shed
Spent most of his days out of his head
For his shed was rotten let in the rain
Said it was enough to drive any man insane
When it rained
He felt so bad
When it snowed he felt just simply sad.
Well there was a girl who lived nearby
Whenever he saw her he could only simply sigh
But she lived in a house so very big and grand
For him it seemed like some very distant land
So when he called her
His shed to mend
She said i'm sorry you'll just have to find a friend.
Well this story is not so very new
But the man is me, yes, and the girl is you
So leave your house come into my shed
Please stop my world from raining through my head
Please don't think i'm not your sort
You'll find that sheds are nicer than you thought.
Nick Drake,1970
Se ci sei batti un colpo.
Ecchime. E' un pò che non aggiorno. Il blog langue (un blog languido?) da una settimana. Mah, non vorrei fare il bambino capriccioso, che si è già stufato del giocattolo nuovo. No, è che durante la settimana mi ci potrei mettere solo la notte, e magari preferisco fare altro. Ho un pò di invidia verso chi aggiorna il blog ogni giorno, anche più volte al giorno (anche se poi è un problema di contenuti, perchè due stronzatelle le potrei scrivere anch'io spesso e volentieri). Mah, non è che quando lo ho aperto ho pensato "so i wanna be a blog'n'roll star" (Byrds rules), però un pò mi piace l'idea di fare parte di una comunità, e di scrivere qualcosa che possa interessare, anche solo i miei 2-3 lettori (-trici) abituali. Vedrò di porre rimedio alla mia apatia proverbiale, anche se la stagione calda che avanza non mi stimola all'azione (odio l'estate). Ieri serata piacevole, cena al cinese alla faccia della SARS, ristorante tristemente vuoto. Poi Galadhrim, con un gruppo che suonava abbastanza bene la musica di quando io andavo all'asilo: Cream, Traffic, il beat che comincia a inacidirsi e quelle cose là. Piacevoli, ma i cuba libre hanno cominciato presto a fare il loro effetto (non c'ho più il fisico, è la triste verità). E poi ho fatto il cenerentolo alle 2 di notte, mentre la serata proseguiva al Plastico. Rivelazione della serata, della serie il mondo è piccolo: la bella bambina che ho rivisto per la seconda volta è figlia del mio primo pusher di vinili, nonchè gestore della discoteca dove io e Alessandro durammo mezz'ora nella nostra veste di 'diggei' alternativi, cacciati al grido di: "Peccà la ggende vò balla'". That's all, folks.
Il prezzo è giusto?
Il prezzo dei CD. Una questione che mi sta particolarmente a cuore, visto che compro circa 25 CD (rigorosamente originali) al mese e quindi consegno la metà del mio non elevatissimo stipendio al mio pusher musicale di fiducia. Beh, in merito condivido quasi completamente ciò che ha scritto SIB (Stefano Isidoro Bianchi, direttore di BLOW UP, praticamente il mio guru in ambito rock e dintorni) nel suo editoriale di un paio di mesi fa. Anche per me il costo dei CD non è affatto esagerato, se paragonato a quello degli LP di una ventina d'anni fa, e in relazione ai costi di produzione, promozione e distribuzione, e anche rispetto al costo di tanti altri prodotti di abituale consumo. Il problema fondamentale, secondo me, è che ciò che fa considerare il prezzo di un prodotto giusto o spropositato è strettamente connesso col valore che si dà a quel prodotto. Un esempio personale: finchè si poteva, non mi sono fatto alcuno scrupolo ad usare le schede pirata per vedere le pay-tv. Perchè era un passatempo come un altro, e il problema dei soldi sottratti alle industrie del settore semplicemente non me lo ponevo. Con la musica è per me assai diverso, ho un rapporto quasi sacrale con l'oggetto disco e un profondo rispetto per il lavoro che c'è dietro, da quello dell'artista a quello di tutte le altre persone coinvolte.Ora, se è vero che la musica è molto importante per molte persone (anche se non nel modo maniacale in cui lo è per me), ciò non vale più assolutamente per il supporto che la contiene. E questo dipende da diverse ragioni, tra cui potrei citare, in breve, il diffondersi di nuove mode e nuove manie giovanili, la crisi della cultura in generale e di quella musicale in particolare, l'inflazione di prodotti dovuta alla maggiore facilità di accesso alla produzione, e naturalmente la politica delirante e fallimentare delle industrie discografiche e di quelle deputate alla diffusione della musica. Ma dire che le majors fanno schifo (come tutte le multinazionali e in ogni settore, del resto) non basta a giustificare la pretesa di avere la musica gratuitamente o a prezzi irrisori. Ora, se per me non c'è niente di male a vedere i dischi pirata di Britney Spears o Robbie Williams nelle bancarelle a 5 euro ( e a me non mi viene in mente di comprarli nemmeno a quel prezzo), trovo giusto che il lavoro oscuro, frutto di passione e sacrifici, fatto da indies come la Tomlab, la Secretly Canadian, la Siesta o la Anticon venga ricompensato pagando i loro dischi 20 euro o giù di lì. Perchè un disco, lo ribadisco, è frutto del lavoro e della fatica di molte persone, dai musicisti fino a chi incellofana i CD, ed è giusto quindi che la musica sia considerata una merce, un prodotto, e riconoscerne il valore anche in termini meramente economici. Perchè dire, come tanti fanno, che la musica è arte, significa svilirne il valore, perchè nella nostra società l'arte è qualcosa che si fa da ragazzini, quando si ha tempo da perdere e prima di passare alle cose serie. Purtroppo è così, e così si abitua la gente a considerare la musica come qualcosa che cresce sugli alberi o che aleggia nell'aria. Ma se un musicista non viene pagato, perchè dovrebbe continuare a fare quello che fa? Per la gloria? La gloria non si mangia. Mah, i discorsi sono comunque complessi, e sono consapevole che la mia è una battaglia di retroguardia, e prima o poi mi dovrò abituare a fruire della musica in modo diverso ( e magari risparmierò i soldi per migliorare il mio guardaroba).Chi vivrà vedrà. (scritto ascoltando Monday at the Hug & Pint, il nuovo degli Arab Strap. La novità? Aidan Moffat canta, o quasi.)
L'importante è finire
" Franny respirò adagio, continuando a tenere l'orecchio sul ricevitore. Il segnale di libero, naturalmente, seguì la fine della comunicazione; e Franny parve considerarlo bellissimo da ascoltare, quasi fosse il miglior surrogato possibile del silenzio primevo. Ma pareva anche sapesse, ora, quando smettere di ascoltarlo, come se tutta la piccola o grande saggezza del mondo fosse improvvisamente sua. Quando agganciò il microfono, sembrò anche sapesse cosa avrebbe fatto dopo. Mise a posto fiammiferi e sigarette, tolse la coperta di cotone dal letto dov'era stata seduta, si sfilò le pantofole e si coricò. Per alcuni minuti, prima di cadere in un sonno profondo e senza sogni, rimase distesa, tranquilla, sorridendo al soffitto."
Franny e Zooey di J.D. Salinger. Il mio finale di romanzo preferito. Dedicato a tutti quelli che pensano che Salinger abbia scritto solo Il Giovane Holden (o che non sanno chi Salinger sia).